Il RESTO DI DUE
Io ti volevo solo guardarti e tu mi digesti: “Sta su de dos” e mi feristi. Ma io guardavo i lamponi scoppiarmi tra i padiglioni (auricolari e non, tipo quello di casa di nonna) e sentivo le rane ranare e i freni frinire. Sentivo anche un po’ di umido ché tipo qua fa sempre umido il giovedì, mai capito perché. Ma tu mi esplodevi dentro, come un fiore che sboccia nel deserto, un lavandino sturato con l’Idraulico Liquido, un uovo messo per sbaglio nel microonde e mi ingolfavi tutta l’anima. Che alla mattina c’avevo tutta l’anima intorpidita. E bevevo il caffè e pensavo a te e provavo a sedermi in quel caffè e a non pensare a te, ma c’ho le tazzine piccole. E allora sognavo il tuo viso e mi si stringeva il cuore e sentivo come dei lampi dietro agli occhi e il suono delle cose belle nelle orecchie. Solo che le cose belle hanno un suono strano, tipo “deding deding”, per cui non sono mai sicuro se sto sentendo il suono delle cose belle o il campanello di nonna, dal padiglione, che vuole che gli porti l’orzata. Tipo che delle volte penso al tuo viso e porto alla nonna l’orzata e lei mi guarda in un modo che non è tanto amore, anche se sono sicuro che nonna mi vuole bene, ma è più come se pensasse che sono scemo. E allora a volte invece che al tuo viso penso alla tua voce e sento come un palloncino nello stomaco, una lama nel cuore, una spina nel culo. E insomma amore mio splendido, non stupirti se quando ci vediamo faccio quella faccia, perché sto pensando al Milan.
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